Primo incontro
A settembre ho scritto questa breve riflessione su che cosa possa significare un primo incontro. L'ho inviata a Telmo Pievani, filosofo della scienza, che intervisterò a gennaio per The Blue Hour.
Ho esplorato un altro tipo di inizio in un testo precedente intitolato Inception.
di FARHA GUERRERO
Mi interessa il primo incontro. Il primo incontro con un’altra mente, una nuova coscienza.
Direi che un primo incontro di questo genere non è ordinario, né banale, né prevedibile, anche quando nasce dal caso. È un momento in cui, per la prima volta, due sguardi umani possono incontrarsi. Per la prima volta, si ascolta una voce nuova. E a volte, si può avvertire immediatamente un senso sublime dell’altro.
Un primo incontro di questo genere precede il secondo. Perché la possibilità di altri incontri esiste sempre.
Vorrei soffermarmi, brevemente, se possibile, dentro questo primo incontro, e cercare di capire con precisione che cosa possa significare filosoficamente e che cosa possa accadere dopo.
Ricordo con grande nitidezza uno di questi incontri con uno scrittore che non avevo mai letto né, in un certo senso, “incontrato”.
Alcuni anni fa caricai su un piccolo iPod un audiolibro di una lunghezza immensa. Con le cuffie, cominciai a salire insieme al mio cane lungo il ripido sentiero di montagna nel bosco vicino a casa. Fu durante quella salita che cominciai ad ascoltare lo straordinario capolavoro di Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, attraverso la voce di un narratore in inglese.
Ricordo quel momento con tale lucidità che, mentre camminavo, fui trasportata quasi istantaneamente nella San Pietroburgo del XIX secolo, pur rimanendo su un sentiero di Whistler, nella Columbia Britannica.
E proprio mentre io salivo, il protagonista del romanzo, Raskol’nikov, scendeva le scale di un palazzo, cercando di evitare il senso di malessere provocato dall’idea di incontrare la padrona di casa, che detestava.
Quella discesa, prima che Raskol’nikov si ritrovasse nelle strade di San Pietroburgo, ebbe su di me un effetto così profondo che cominciai a riascoltarla più volte, quasi inconsciamente, premendo ripetutamente il tasto di riproduzione sul piccolo dispositivo che tenevo tra le mani. Nel frattempo, continuavo a salire.
«Chi era questo autore?» mi chiesi. Che cos’è questa bellissima narrazione che si dispiega sulle sue pagine invisibili mentre io cammino attraverso un bosco?
Quel primo incontro con Dostoevskij e con il suo protagonista, attraverso il tempo e lo spazio, sarebbe stato l’inizio di qualcosa che non avrei mai potuto prevedere.
Questo grande scrittore non sarebbe soltanto diventato una figura letteraria eccezionale nella mia vita; sarebbe diventato anche qualcuno capace di condurmi profondamente dentro la psicologia della vita stessa.
Attraverso i mondi che aveva creato e immaginato nei suoi numerosi romanzi e racconti, avrei continuato a cercare altri scrittori russi: Tolstoj, Čechov, Gogol’.
E sebbene quel pomeriggio di sole non stessi leggendo nel senso tradizionale del termine, e certamente non stessi ascoltando il romanzo nella lingua russa di Dostoevskij, quella prima conoscenza e quell’incontro, o primo incontro, sarebbero diventati decisivi nella mia vita.
Quel primo incontro avrebbe cambiato il mio modo di vedere la letteratura. Il mio modo di comprendere ciò che era possibile nella narrativa.
Avrebbe cambiato la mia vita di scrittrice.
E non avrei potuto sapere che, quasi un decennio più tardi, sarei stata colpita dalla stessa malattia, l’epilessia, di cui Dostoevskij soffrì per gran parte della sua vita adulta — una malattia che mi ricorda che sono, sempre, in buona compagnia.
La domanda allora diventa: qual è il valore, se un valore esiste, del primo incontro? E perché dovrebbe essere importante rallentare e riflettere su un momento che forse è durato soltanto pochi minuti?
E perché, anche a distanza di anni, alcuni di questi momenti rimangono così profondamente impressi nella memoria?
E può un primo incontro avere significato e valore anche quando, nel corso della nostra vita, non incontriamo mai realmente quella persona?
Nelle ultime settimane — poco più di due, per essere precisi — ho scoperto, ancora una volta per caso, un altro pensatore che è entrato inaspettatamente e profondamente nella mia vita.
Ero rannicchiata su un divano blu, a tarda sera, accanto al mio compagno, quando ascoltai per la prima volta sul mio computer la voce di quell’uomo.
Telmo Pievani stava tenendo una lezione in italiano, intitolata Imparo, dunque, evolvo, e nel giro di pochi minuti mi ritrovai immersa nelle sue parole e nei suoi mondi, quasi fossi di nuovo la ragazza che ero stata, quella che si sedeva regolarmente in prima fila a ogni conferenza pubblica.
Non conoscevo il suo nome, non avevo mai letto nulla su di lui, né lo avevo incontrato attraverso qualcun altro. Così, in sostanza, il mio incontro con lui quella sera fu l’inizio di un altro primo incontro.
Dal punto di vista di un biologo evoluzionista, due settimane sono quasi nulla.
Eppure, quella prima voce, ascoltata nella quiete di una sera d’estate, è diventata familiare con il passare delle ore. Pievani è entrato nel mio salotto quella sera da perfetto sconosciuto; da allora, il suo nome è diventato familiare in casa.
Mi ritrovo continuamente ad abitare dentro le sue parole.
Che cosa diventerà questo primo incontro, mi domando?
Pievani troverà una dimora permanente nella mia coscienza, come Dostoevskij, per il quale nutro una tale stima?
I suoi libri entreranno presto nella mia biblioteca di casa al piano di sotto, composta da almeno mille volumi?
E anche lui, un giorno, sarà tra quelli scelti con cura per salire fino all’altra biblioteca che vive accanto al mio letto — un piccolo scaffale degli autori a me più cari che dormono accanto a me ogni notte?